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Archivio Ottobre 2004

vorrei

29 Ottobre 2004 1 commento


vorrei i tuoi occhi per vedere il mondo come lo vedi tu
vorrei le tue mani, per poter accarezzare la dolcezza
vorrei la tua ingenuità, per essere semplice nel giardino della grazia
vorrei il tuo amore, per essere capace di amare veramente

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Questa è la foto

28 Ottobre 2004 2 commenti


Occhi che implorano, hanno fame?
Occhi che odiano, sanno forse perché?
Navi che viaggiano, perse in questo mare piatto
Navi a pezzi, colme di una umanità che è relitto di se stessa
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Guardo dalla finestra, che illumina il mio claustrofobico mondo
Il traffico che si muove, serpente di metallo
Gente indifferente che cammina, sotto a un cielo di pietra
E la terra ai miei piedi si insanguina per il dolore dei mie fratelli
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Guardare, guardi quel che guardo io?
Vedere, vedi quello che vedo io?
Il nostro futuro, poco diverso da così tanti passati
Neve che cade, no gente che dice addio da una torre in fiamme
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Grandi parole, da uomini umili
Parole eccellenti, da tromboni in doppiopetto
Mosaico di volti, uniti da tanta , troppa ipocrisia
Quanto c?è bisogno di un decoroso silenzio, quanto sono diversi da ciò che predicano
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Sento la radio : ?scegli la tua unicità. Compra il nuovo telefonino che pensa al tuo posto?
Stanno piangendo in tutto il mondo, chi vuole sentire?
Hanno fame in tutto il mondo, chi vuole pensarci su?
E il cielo sopra alla testa esplode, non meritiamo un azzurro così bello
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Immagine di gente
Che brucia
Che urla
Che balla
Che piange
Che ama
Che prega un Dio sanguinario
Che implora un Dio crocefisso
Che muore
Che muore
Che muore!

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davanti al cavaliere dell’apocalisse di Carrà

28 Ottobre 2004 Commenti chiusi


Questo quadro mi emoziona.
I colori, il movimento dei cavalli, la violenza degli accostamenti mi catturano e mi sembra di far parte dell’insieme, di assistere in una condizione roteante e vorticosa alla loro cavalcata.

I quattro cavalieri portano distruzione e rovina, sono flagelli dell’umanità intera, simboli dei mali che rappresentano
Il cavallo bianco sembra rappresentare l’uso della forza pura e semplice, senza ideologia.
Il cavallo rosso e il suo cavaliere sono una sofisticazione del precedente, poichè egli uccide , ricorrendo alla forza bruta, difendendo questa o quella ideologia, sempre con il fine del potere politico .
Il terzo cavallo non sembra feroce, in apparenza, poiché il cavaliere ha in mano una bilancia con cui dà un valore alle cose, il danno è più sottile ma egualmente tremendo ,poichè porta alla fame, almeno in una parte dell’umanità. L’ideologia quindi si è posta al servizio del potere economico , che è in realtà il vero padrone del potere politico.
Il più terribile è il quarto cavallo , quello giallastro-verdastro, che rappresenta la morte, che, in virtù del numero incredibile di seguaci, è in grado di infliggere qualunque pena: spada, fame, malattie, belve feroci.
Sembra l’orda, temuta in tutti i tempi, di invasori violenti e barbari.

I quattro cavalieri erano già stati evocati dai profeti come Ezechiele o Gereremia, che avevano individuato le disgrazie peggiori dell’umanità: fame, guerra, peste, bestie feroci e schiavitù. Ma questi mali venivano considerati equivalenti, tant’è che potevano anche colpire contemporaneamente in luoghi diversi

Oggi. Si uccide per istinto violento e vendicativo, come Saddam fece con i curdi, si uccide per ideologia, deviata e crudele, come l’IRA, la Jihad, come succede in Cecenia, si uccide per il potere economico personale, come l’attuale presidente degli Stati Uniti, si uccide , si devasta, si odia , perchè la cultura del mondo attuale si nutre di violenza di ambizione politica e di dominio economica

I quattro cavalieri, in realtà, non si sono fermati mai.

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nella malinconia

27 Ottobre 2004 6 commenti


Quando la notte si rivela, con il lampo,
il vento soffia scuotendo le insegne, con la sua rabbia
e il cielo nero e pesante come metallo scende a terra, con il tuono
Rende le nostre mille anime una sola carne

Stringi la mia mano, non mi lasciare solo
Dammi la tua mano e aiutami a sconfiggere la paura
Che la mia anima non sia sola in questo momento,
tieni aperto il tuo cuore, che possa ricevere, che possa trasmettere

Quando il silenzio atroce ti assorda, con il suo cupo ronzio,
il cuore batte all’impazzata nel petto, come un tamburo di guerra
e il vento di nessuna idea gonfia ormai le bandiere, con la sua speranza
siamo soli e dispersi esclusi dai sogni e dalla realtà

Stringi la mia mano, non mi lasciare solo
Dammi la tua mano e aiutami a sconfiggere la paura
Che la mia anima non sia sola in questo momento,
tieni aperto il tuo cuore, che possa ricevere, che possa trasmettere

quando l’oggi è come ieri, nella malinconia, senza riscatto
avvolge il mio mal cuore e non serve lo stetoscopio, per capire
che la vita ha lasciato una taglio che parte dai sogni e arriva al cuore
sono stanco di dover sempre fuggire da questa malinconia

ma nella malinconia stringi la mia mano, non mi lasciare solo
Dammi la tua mano e aiutami a sconfiggere la paura
Che la mia anima non sia sola in questo momento,
tieni aperto il tuo cuore, che possa ricevere, che possa trasmettere

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spiriti

27 Ottobre 2004 Commenti chiusi


Piove a dirotto. L’acqua scorre sulle mura di pietra delle case, scroscia per i vicoli, torrenziale, purificatrice. Le nubi sono appena sopra la mia testa, nebbia densa risale dal fondo della valle, stretta, ammantata di alberi. Il rumore del torrente che scorre furioso fra le rocce.
Il luogo della mia infanzia. Sono qui a seppellire una zia. Una delle ultime. Ultimo fra gli ultimi di una famiglia in estinzione.
Il paese è abbarbicato alla costa della montagna, immerso nel verde, con le fondamenta nel granito. Solido, immobile nel silenzio.
Sulle case le targhe delle agenzie , tutto è in vendita. Il luogo è quasi disabitato. Cammino sotto la pioggia e d’improvviso li vedo : la mia bisnonna affacciarsi al solito balconcino, mio zio Dolcino, vecchio comunista, risalire la salita del paese con il cappellino da Cesare Pavese e l’Unità sotto al braccio, le donne intente a lavare con il sapone di marsiglia sbattendo i panni nel lavatoio comune, altre invece sedute nell’unica panchina del paese intente a spettegolare. Poco più giù, nel Dopolavoro sento le voci familiari di mio padre e di altre zii intenti a giocare alle carte e verso i boschi la figura amica di mio cugino mi invita ai nostri giochi di bambini.
La mia fanciullezza, i miei ricordi , il mio senso di famiglia sono qui, in questo luogo aspro con le case di pietra e il torrente che ruggisce furioso.
Mi si velano gli occhi e quando li riapro sono tutto e tornato silenzio
Forse i popoli che vivevano qui avevano ragione e talvolta la frontiera fra il nostro mondo e quello degli spiriti è facile da superare. Forse un giorno, davvero anche io verrò qui a riposare per sempre

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tratto da "la lettera scarlatta" di Nathaniel Hawthorne

26 Ottobre 2004 1 commento


…Una certa mattina d’estate, non meno di due secoli or sono, lo spiazzo erboso davanti alla prigione nella viuzza che ad essa s’intitolava, era occupato da una considerevole moltitudine degli abitanti di Boston, tutti con gli occhi fissi sul portone di quercia guarnito di ferro. Presso qualunque altra gente, o in epoca più tarda della storia della Nuova Inghilterra, la truce rigidezza che impietriva i sembianti barbuti di quelle brave persone, avrebbe preannunciato un evento tremendo. Sarebbe stata perlomeno indizio della prossima esecuzione d’un celebre criminale, nei cui confronti la sentenza del tribunale legittimo non avesse fatto che confermare il verdetto dell’opinione pubblica. Ma nella pristina severità del carattere puritano, non era detto che una spiegazione del genere fosse per forza quella giusta. Forse uno schiavo infingardo o un figlio ribelle, consegnato dai genitori all’autorità civile, stava per subire la fustigazione. Forse si sarebbe visto un antinomiano, un quacchero o un altro fanatico dissidente, bandito a nerbate dalla città, o un Indiano, che l’acquavite dei bianchi aveva spinto a far gazzarra per le vie, sarebbe stato ricacciato nell’ombra della foresta a suon di frusta. Fors’anche doveva salir sulla forca una strega come la vecchia madama Hibbins, la stizzosa vedova del magistrato. In ciascun caso, gli spettatori manifestavano quasi sempre la medesima solennità di portamento; quale si addiceva a una gente per cui la religione e la legge erano pressoché identiche, e nel cui carattere entrambe si confondevano a tal segno, che gli atti più miti e più severi della pubblica disciplina eran resi ugualmente venerandi e paurosi. Scarsa davvero e fredda era la simpatia che un reo poteva aspettarsi da parte di simili astanti sul palco del supplizio. D’altro canto, una punizione che ai nostri giorni implicherebbe una certa dose di scherno e di ridicolo, poteva allora esser investita d’una dignità quasi altrettanto austera della pena di morte medesima.
In quel mattino d’estate, in cui prende le mosse la nostra storia, fu dato osservare una circostanza caratteristica, e cioè che le donne, assai numerose tra la folla, dimostravano un interesse speciale pel castigo, qualunque si fosse, prossimo a venir inflitto. Quel secolo non era poi raffinato al punto che un senso di sconvenienza trattenesse chi indossava le gonne e il guardinfante dall’uscirsene nella pubblica via e, qualora se ne desse l’opportunità, di spinger la propria persona, tutt’altro che evanescente, nella calca più vicina al patibolo al momento di un’esecuzione. In senso morale e materiale, quelle spose e pulzelle d’antica nascita ed educazione inglese, si distinguevano per una fibra più rozza dalle loro leggiadre discendenti, che ne son separate da una serie di sei o sette generazioni; infatti, lungo tutta la catena della stirpe, ogni madre ha trasmesso alla figlia un incarnato più tenue, una beltà più delicata e fugace della sua, e una struttura fisica più debole, se non addirittura un carattere meno solido e forte. Le donne ritte in quel punto presso la porta della prigione, distavano meno di mezzo secolo dal periodo in cui la maschia Elisabetta rappresentò non del tutto indegnamente il proprio sesso. Erano sue compatriote; e il manzo e la birra del paese natio, come pure un regime morale parimenti greggio, entravano largamente nella loro conformazione. Il limpido sole mattutino splendeva dunque su spalle larghe e floridi petti e gote piene e rubiconde, prosperate nell’isola remota e non ancora sbiancate o smarrite all’aria della Nuova Inghilterra. Coteste matrone, ché tali apparivano nella maggioranza, distinguevansi poi per un linguaggio audace e sonoro, che ci farebbe sobbalzare al giorno d’oggi sia pel contenuto sia pel volume di voce.
- Padrone mie – cominciò una sposa cinquantenne dalle fattezze arcigne – voglio dirvi come la penso. Gioverebbe assai al bene pubblico se noi donne, essendo d’età matura e in buona fama per le pratiche religiose, potessimo vedercela noialtre con questa ribalda d’una Hester Prynne. Che ne dite, comari? Se quella sfrontata l’avessimo davanti a tutt’e cinque, se la caverebbe con una sentenza come quella che hanno pronunziato i riveriti giudici? Diamine, scommetto di no!
- Dice la gente – intervenne un’altra – che il suo buon pastore, il reverendo messer Dimmesdale, si strugge dal dispiacere che un simile scandalo sia scoppiato nella sua congregazione.
- I giudici son galantuomini, e timorati di Dio, ma troppo misericordiosi, quest’è certo – aggiunse una terza matrona in là con gli anni. – Almeno, l’avessero bollata in fronte con un ferro rovente, madama Hester Prynne… si sarebbe dimenata ben bene, parola mia. Così, invece, a quella superba sgualdrina poco le importerà che cosa le metteranno sul corpetto! Si capisce, lo nasconderà con una spilla o un’altra guarnizione sacrilega, e passeggerà per le strade più sgargiante che mai!
- Tuttavia avrà un bel nascondere il segno – osservò in tono più blando una giovane sposa che teneva un bimbo per mano; – le resterà sempre la trafitta nel cuore.
- A che serve discorrer di segni e di bolli, sul corpetto dell’abito o sulla carne della fronte! – gridò un’altra femmina, la più repellente e implacabile rappresentante dell’improvvisato consesso. – Questa donna ci ha coperte d’infamia tutte quante, e dovrebbe morire. Non c’è una legge apposta? Sì che c’è, tanto nella Scrittura che nello Statuto. Ringrazino dunque se stessi, i magistrati che l’hanno annullata, se le mogli e le figlie prenderanno una brutta strada!
- Misericordia, padrona! – esclamò un uomo in mezzo alla folla – la donna non ha dunque virtù tranne quella che nasce da un salutare timor della forca? Si son mai sentite parole più dure! Ma ora chetatevi, comari! ecco che tirano il catenaccio e arriva madama Prynne in persona.
L’uscio della prigione, spalancato dall’interno, palesò innanzitutto come un’ombra nera emersa nel sole, la torva e orrenda figura del birro con la spada al fianco, che brandiva la mazza, quale insegna delle proprie mansioni. Quel personaggio preannunciava e impersonava nel suo sembiante tutta la lugubre severità del codice puritano, le cui leggi era suo compito d’applicare al trasgressore negli effetti estremi e più rigorosi. Con la mazza del comando protesa nella mano sinistra, poggiava la destra sulla spalla d’una giovane donna, che in tal modo andava trascinando; finché sul limitare della prigione costei lo respinse con un gesto d’innata dignità e intrepidezza, e mosse all’aperto come spontaneamente. Recava in braccio una poppante di circa tre mesi, che strizzò gli occhi e nascose il visetto alla luce violenta del giorno, poiché la sua esistenza non aveva conosciuto sin lì che il bigio crepuscolo d’una segreta, o d’altri scuri locali della prigione.
Quando la giovane madre si ritrovò in cospetto alla folla, il suo primo impulso parve quello di stringersi al petto la sua bimba; non tanto spinta dall’amor materno, quanto per coprire con tale espediente un certo segno cucito e applicato sull’abito. Di lì a un momento, nondimeno, stimando saggiamente che un indizio della sua infamia mal sarebbe servito a nasconderne un altro, levò la pargoletta tra le braccia, e con rossore cocente, ma con un altero sorriso e uno sguardo che non si lasciava umiliare, guardò intorno a sé i concittadini e i conoscenti. Sul petto di lei, in bel tessuto scarlatto, bordato di complicati ricami e bizzarri rabeschi dorati, apparve la lettera A. Tanto artisticamente era confezionata e con tanta fertilità e dovizia di fantasia, che sembrava davvero un’ultima e acconcia guarnizione dell’abito; il quale era d’uno splendore in accordo col gusto dell’epoca, ma ben al di sopra di quello consentito dalla legge suntuaria della colonia.
La giovane era d’alta statura e di personale perfetto per eleganza maestosa. Aveva capelli neri e copiosi, lucidi a tal punto, che rimandavano la luce del sole con uno sprazzo; e un volto che, oltre a esser bello per la regolarità dei tratti e il rigoglio del colorito, possedeva l’imponenza che s’accompagna a una fronte pronunziata e a profondi occhi neri. Ella aveva per giunta un’aria signorile, secondo il canone della distinzione muliebre del tempo; caratterizzata da certa solenne dignità piuttosto che dalla grazia delicata, evanescente e indescrivibile, oggi riconosciuta come suo indizio. E mai apparve più signorile Hester Prynne, nell’antica accezione del termine, di quando mosse dal carcere. Chi la conosceva e s’aspettava di vederla confusa e offuscata da una nube funerea, rimase attonito e persino sgomento a notare come la sua beltà rifulgeva, cangiando in un alone la sciagura e l’ignominia di cui era ammantata. Vero è che un osservatore sensibile vi scopriva alcunché di sottilmente penoso. L’abbigliamento che la giovane aveva confezionato in prigione per la circostanza, assecondando la propria fantasia, pareva esprimere con la sua pittoresca e stravagante singolarità l’atteggiamento dello spirito, la disperata temerarietà dell’umore di lei. Ma il particolare che attirò tutti gli occhi, trasfigurando, per così dire, colei che lo recava sulla persona, talché uomini e donne a cui Hester Prynne era ben conosciuta, ne rimasero colpiti come se la mirassero per la prima volta, fu la lettera scarlatta così bizzarramente ricamata e splendente sul suo seno. Essa operava come una malia, alienandola dai rapporti consueti col prossimo e confinandola in una sfera a sé stante.
- L’ago lo maneggia bene, non c’è che dire – osservò una voce muliebre – ma quale donna, prima di questa svergognata, escogitò mai un simile modo di mostrarlo? Eh, comari, non vi par che significhi ridere in faccia ai pii magistrati e menar vanto di quello che i degni signori intendevano fosse un castigo?
- Faremmo bene a strapparle il suo bel vestito dalle tenere spalle, a madama Hester – borbottò la più accanita delle vecchie matrone; – e quanto alla lettera rossa che è stata così brava a cucirsi, darò io un brandello della flanella che mi ripara dai reumatismi per fargliene una più adatta!
- Piano, vicina, piano! – sussurrò la compagna più giovane; – non fatevi udire da lei! Non c’è un punto solo di quella lettera ricamata ch’ella non l’abbia sentito nel cuore.
Ed ecco che il truce sbirro agitò la sua mazza.
- Fate largo, buona gente, fate largo, in nome di Sua Maestà! – gridò. – Lasciate passare; e affe’ mia, la signora Prynne sarà messa in un luogo, che permetterà agli uomini, alle donne e ai bambini di vedersi a tutt’agio il suo addobbo sgargiante, da questo momento fino a un’ora dopo mezzodì. Benedetta la giusta colonia del Massachusetts, in cui l’iniquità è trascinata alla luce del sole! Venite avanti, madama Hester, e mostrate la vostra lettera scarlatta sulla piazza del mercato!
Un varco fu aperto senza indugio nella calca dei convenuti. Preceduta dal birro e seguita da un codazzo disordinato d’uomini accigliati e di donne dall’aria dura, Hester Prynne mosse verso il luogo stabilito per la punizione. Un nugolo di scolaretti eccitati e curiosi, i quali poco capivano di quell’evento, se non ch’era motivo d’una mezza vacanza, la precedevano a corsa e si voltavano continuamente senza distoglier gli occhi dalla sua faccia, dalla piccina abbacinata dal sole in collo a lei e dalla lettera infamante sul suo petto. A quei tempi non era grande la distanza tra la prigione e la piazza del mercato. Tuttavia, a giudicar dall’amara esperienza della prigioniera, si poteva calcolarla un tragitto di lunghezza notevole: poiché forse, nonostante quel suo altero contegno, ogni passo di coloro che facevano ressa per guardarla le dava uno strazio, come se il suo cuore fosse stato gettato in istrada per venir vilipeso e calpestato da tutti. Nella nostra natura, nondimeno, esiste una disposizione mirabile e insieme pietosa, per cui il paziente non avverte mai l’intensità della sofferenza ad opera della presente tortura, ma soprattutto dell’esulcerante trafitta che le tien dietro. Con aria quasi serena, quindi, Hester Prynne affrontò quella fase del suo cimento, e giunse a una sorta di palco all’estremità occidentale della piazza. Esso si ergeva press’a poco sotto la gronda della prima chiesa di Boston, e appariva un oggetto permanente del luogo…

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creature e creatori

26 Ottobre 2004 2 commenti


…Avevo lavorato sodo per quasi due anni con il solo intento di infondere vita in un corpo inanimato. Per questo mi ero privato di riposo e salute. Lo avevo desiderato con un ardore che andava ben oltre la moderazione. Ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno svaniva, e un orrore e un disgusto soffocanti mi riempivano il cuore. Incapace di sopportare la vista dell?essere che avevo creato…

le parole di un creatore di fronte alla sua creatura. E’ giusto che il crature giudichi la sua creatura? o forse non ne ha il diritto essendo egli il responsabile della imperfezione del frutto del suo lavoro? Non è una domanda a cui si può dare una facile risposta.

Le religioni del libro (Ebraica, Cristiana e Mussulmana) parlano di uno stato primordiale di perfezione della natura umana (il paradiso terrestre per intenderci) che si è perduta con il peccato originale, proprio per non dover rispondere alla domanda di prima : “può il Creatore giudicare e punire l’umanità che venne creata a Sua immagine e somiglianza?”

Se osservo il problema cambiando punto di osservazione , mi pare giusto notare come non si possa attribuire ad alcuno la causa della esistenza di mostri come Hitler, Stalin, Pinochet, Osama Bin Laden, Arafat, Pol Pot, Mussolini, Cesare, Robespierre, se non a loro stessi.

Quindi una creatura è mostro perchè il progetto del creatore è imperfetto e anche perchè è capace intrinsecamente di essere tale.

E poi, come dice Paola in un commento, ci sono i mostri creati dalla scienza, quando l’uomo gioca a sentirsi Dio.
La grandezza dello scienziato risiede nella sua volontà di capire i meccanismi della creazione, la sua miseria consiste nella spocchia di voler fare intendere di aver già capito tutto

E in questa fusione di creature e creatori, in cui siamo un pò gli uni e un pò gli altri, consumiamo il nostro tempo in una infinita sequenza di nulla

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io, frankenstein

22 Ottobre 2004 5 commenti


seduto in un angolo del giardino
osservo un fiore di plastica sul davanzale
provo un cinico sapore amaro
nell’assoluta assenza di pensieri

il nulla riempie il silenzio
mentre compio il mio dovere
impegnato come sono
nel lavaggio dei piatti

sono lontano dalla notte e dalla pena
ho chiuso le mie paure
in un sottoscala che conduce
nell’abisso

figlio come sono di un dio minore
perduto in un mare ostile e insensibile
che chiede fatica senza dare vento alle vele
che accoglie gelido i corpi dei naufraghi

mostro
avviluppato nelle catene dell’odio
perchè temono ciò che non capiscono
e uccidono ciò che temono

io, Frankenstein

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tratto da "Frankenstein" di Mary Wollstoncraft Shelley

22 Ottobre 2004 Commenti chiusi


…”Avevo lavorato sodo per quasi due anni con il solo intento di infondere vita in un corpo inanimato. Per questo mi ero privato di riposo e salute. Lo avevo desiderato con un ardore che andava ben oltre la moderazione. Ma ora che avevo finito, la bellezza del sogno svaniva, e un orrore e un disgusto soffocanti mi riempivano il cuore. Incapace di sopportare la vista dell?essere che avevo creato, mi precipitai fuori della stanza e continuai a lungo a camminare su e giù nella mia camera da letto, incapace di indurre la mente al sonno.?…

…Adesso tutto era perduto ? ero in preda a sentimenti di rimorso e di colpa, che mi sospingevano in un inferno di torture così intense da non trovare parole per descriverle?. Victor intraprende gli studi di medicina pieno di buoni propositi. Ma l?Anatomia e la Fisiologia lo entusiasmano a tal punto da spingerlo a trafugare corpi da cimiteri e obitori, assemblando la materia e dandole vita. L?orrore, il senso di colpa e il rimorso a nulla servono, e la confessione pubblica del suo tormento appare la confessione di un pazzo…

..Ogni uomo ha una moglie da abbracciare ed ogni animale una compagna, e io devo restare solo??. La creatura impara a parlare, diventa istruita e consapevole del proprio destino ingrato. Si rivolge allora al suo stesso creatore, chiedendogli esplicitamente una donna da amare, e ottenendo soltanto un categorico rifiuto, una condanna a morte senza appello. La rabbia esplode incontrollabile ?

?Dove posso trovare riposo se non nella morte??. E poi c?è la società intollerante, che allontana da sé tutto ciò che non è conforme a normalità e bellezza. Ma chi siamo noi per giudicare gli altri sulla base di criteri da noi stessi creati, superficiali e stupidi di fronte a tutto ciò che non conosciamo e non vogliamo conoscere? Il gesto migliore che ognuno di noi dovrebbe compiere sarebbe quello di astenerci dal giudizio dei nostri simili e iniziare a giudicare spietatamente noi stessi ? allora ne vedremo delle belle, solo allora ci troveremo di fronte alla paura dell?ignoto.

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estratto da "la rabbia e l’orgoglio" di Oriana Fallaci e poi Chagall

21 Ottobre 2004 Commenti chiusi


…Che cosa sento per i kamikaze che sono morti con loro? Nessun rispetto. Nessuna pietà. No, neanche pietà. Io che in ogni caso finisco sempre col cedere alla pietà. A me i kamikaze cioè i tipi che si suicidano per ammazzare gli altri sono sempre stati antipatici, incominciando da quelli giapponesi della Seconda Guerra Mondiale. Non li ho mai considerati Pietri Micca che per bloccar l’arrivo delle truppe nemiche danno fuoco alle polveri e saltano in aria con la cittadella, a Torino. Non li ho mai considerati soldati. E tantomeno li considero martiri o eroi, come berciando e sputando saliva il signor Arafat me li definì nel 1972. (Ossia quando lo intervistai ad Amman, luogo dove i suoi marescialli addestravano anche i terroristi della Baader-Meinhof). Li considero vanesi e basta. Vanesi che invece di cercar la gloria attraverso il cinema o la politica o lo sport la cercano nella morte propria e altrui. Una morte che invece del Premio Oscar o della poltrona ministeriale o dello scudetto gli procurerà (credono) ammirazione. E, nel caso di quelli che pregano Allah, un posto nel Paradiso di cui parla il Corano: il Paradiso dove gli eroi si scopano le Urì. Scommetto che sono vanesi anche fisicamente. Ho sotto gli occhi la fotografia dei due kamikaze di cui parlo nel mio «Insciallah»: il romanzo che incomincia con la distruzione della base americana (oltre quattrocento morti) e della base francese (oltre trecentocinquanta morti) a Beirut. Se l’erano fatta scattare prima d’andar a morire, quella fotografia, e prima d’andar a morire erano stati dal barbiere. Guarda che bel taglio di capelli. Che baffi impomatati, che barbetta leccata, che basette civettuole…
Eh! Chissà come friggerebbe il signor Arafat ad ascoltarmi. Sai, tra me e lui non corre buon sangue. Non mi ha mai perdonato né le roventi differenze di opinione che avemmo durante quell’incontro né il giudizio che su di lui espressi nel mio libro «Intervista con la storia». Quanto a me, non gli ho mai perdonato nulla. Incluso il fatto che un giornalista italiano imprudentemente presentatosi a lui come «mio amico», si sia ritrovato con una rivoltella puntata contro il cuore. Ergo, non ci frequentiamo più. Peccato. Perché se lo incontrassi di nuovo, o meglio se gli concedessi udienza, glielo urlerei sul muso chi sono i martiri e gli eroi. Gli urlerei: illustre Signor Arafat, i martiri sono i passeggeri dei quattro aerei dirottati e trasformati in bombe umane. Tra di loro la bambina di quattro anni che si è disintegrata dentro la seconda torre. Illustre Signor Arafat, i martiri sono gli impiegati che lavoravano nelle due torri e al Pentagono. Illustre Signor Arafat, i martiri sono i pompieri morti per tentar di salvarli. E lo sa chi sono gli eroi? Sono i passeggeri del volo che doveva buttarsi sulla Casa Bianca e che invece si è schiantato in un bosco della Pennsylvania perché loro si son ribellati! Per loro sì che ci vorrebbe il Paradiso, illustre Signor Arafat. Il guaio è che ora fa Lei il capo di Stato ad perpetuum. Fa il monarca. Rende visita al Papa, afferma che il terrorismo non le piace, manda le condoglianze a Bush. E nella sua camaleontica abilità di smentirsi, sarebbe capace di rispondermi che ho ragione. Ma cambiamo discorso. Io sono molto ammalata, si sa, e a parlare con gli Arafat mi viene la febbre….

ho letto e riletto questo libro di Oriana Fallaci. Tutto nella letteratura si può condividere o non condividere. La visione della Fallaci può sembrare esecrabile, se vista da una prospettiva o condivisibile se osservata da un’altra. Ho letto su un altro blog con molto interesse di un Cristo Mussulmano. Cristo non è mussulmano, semplicemente perchè rispettava le donne come uguali. In realtà questi tempi e questo saggio della Fallaci ne è un esempio, sono come il quadro di Chagall che ho allegato. Si intitola “Adamo ed Eva”, la terra rossa e la madre terra. Insiemi uniti e divisi, associati ad una perduta era di pace e ad una germinante era di punizione. Da quando ha la conoscienza l’uomo odia. Ho scelto volutamente una pittura dai colori delicati e tenui per rappresentare il più grande disastro dell’umanità. ovvero la perdità della ingenuità. E’ un contrasto, come contrastanti saranno le emozioni che proverete leggendo le parole della Fallaci e osservando l’arte di Chagall.

E per quanto le parole non vi appartengano, sforzatevi di vederle con gli occhi di chi le ha scritte.
E per quanto le parole vi convincano, sforzatevi di pesarle con il metro di di non le condivide

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