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Archivio Marzo 2007

I padroni delle bollicine – di Maurizio Clerici

30 Marzo 2007 Commenti chiusi

Padroni delle Bollicine

di Maurizio Chierici

Tratto da Latino America – www.giannimina-latinoamerica.it

Vent?anni fa Emanuele Pirella – giocoliere dell?ironia che ha trasformato la pubblicità italiana – doveva lanciare un?acqua minerale per bambini.

Non era conveniente sedurre le madri spargendo dubbi sulla trasparenza della minerale che bevevano gli adulti, anche perchè nella bottiglia dei poppanti c?era la stessa acqua offerta al consumo familiare in ogni supermercato.

Cambiava solo l?etichetta; fantasia sublime del marketing. Vedrai che funziona, ma come farla funzionare ? Alla fine Pirella ha avuto l?idea: raddoppiate il prezzo. Chi compra la crederà un portento. Vendite alle stelle. Aveva capito chi siamo. Siamo i più tenaci consumatori di acqua minerale nel mondo.

Ogni italiano ne beve 218 litri l?anno, quasi il triplo degli austriaci. Meraviglia il secondo posto della Svizzera dove l?acqua arriva al rubinetto dalle montagne che abbracciano le vallate: 106 litri a persona, non importa se parla italiano, francese o tedesco.

Bisogna dire che la vecchia l?Europa adora l?acqua in bottiglia con o senza bollicine: 38 miliardi di litri, un terzo del consumo mondiale anche se la popolazione è appena il 6 per cento della gente sparsa nei continenti. Privilegiati e un po? sfiziosi, ma non proprio accorti. Ci lasciamo trascinare dalla pubblicità che rinfresca giornali e televisori.
Nel 2004 gli investimenti su pagine e spot sono cresciuti del 10 per cento: 379 milioni di euro.

Corpo a corpo senza il tempo di tirare il fiato. Ed ecco che pur avendo a disposizione in quasi tutte le città l?acqua buona degli acquedotti, anziché interessarsi alla revisione delle tubature, metodi di depurazione e filtraggio, insomma, dedicare ad un bene prezioso la stessa attenzione riservata ai marciapiedi rotti, gli italiani si lasciano catturare dalla retorica: acqua in bottiglia sinonimo di purezza, bontà garantita dall?etichetta, fa bene alla salute perché raccolta alla fonte. Si vuota il bicchiere con l?illusione di passeggiare nei giardini delle terme anche se l?acqua è finita in bottiglia decine di chilometri lontano da dove sgorga. Camion e autostrade.

Non è facile spiegare che l?acqua del rubinetto è potabile e controllata con la pignoleria che la legge non impone alle minerali. Voci flebili sovrastate dal tam tam pubblicitario.

Quando gli addetti ai lavori dell?acqua pubblica protestano per la pubblicità da loro ritenuta ingannevole e che, indirettamente, invita a diffidare dal liquido che vien fuori dal rubinetto, i colossi minerali fanno causa. Guai minacciare il loro mercato.

Può il funzionario dell?ente locale o il dignitario di stato sfidare i signori delle bollicine ? Se per caso la spunta – dopo carte bollate, spese d?avvocati e gironi di tribunali – appena due righe vaganti fra le pagine dell?enfasi pubblicitaria: questo il destino dei kamikaze dell?acqua pubblica. Qualcuno insiste, i volontari danno una mano, ma la lotta è dispari.

Appena un giornalista si interroga sulle acque minerali, il suo giornale rischia di perdere le inserzioni. Se è una Tv, gli spot. Meglio non parlarne.

Le pressioni arrivano fino al ministero della Sanità come quando ho mandato un fax al ministro e lo stesso giorno mi chiama Mineracqua, associazione che riunisce gli imbottigliatori . Nel 2003 ( governo Berlusconi ), Luca Martinelli giornalista di Altra Economia- l?informazione per agire, manda un fax all?ufficio stampa del professor Sirchia: chiede un?intervista, vorrebbe dare un?occhiata alle analisi delle dieci marche più vendute, Mineracqua si fa viva dopo poche ore. Ammette d?essere stata informata dal ministro e spedisce una lettera al direttore del giornale: diffida di insistere con l?inchiesta.

A volte la difesa delle minerali scivola nell?avanspettacolo. . In Australia sarebbe un picco irraggiungibile; in Italia può finire in galera chi si traveste da scalatore di una altura considerata ragguardevole collina. La mazza dell?Antitrust si abbatte implacabile: per caso favorisce i padroni delle bollicine. Come mai i gestori degli acquedotti non fanno un po? di pubblicità ? . Il resto docce e sciacquoni.

Sfogliando i numeri del grande mercato, qualche dubbio: l?acqua italiana è la più gustosa del mondo oppure le nostre leggi consentono il saccheggio di risorse fino a ieri preziose e nel futuro strategiche ? Le aziende che imbottigliano sono 181; 226 etichette diverse; 8 mila dipendenti, giro d?affari un miliardo e 750 milioni di euro.

Dei 11 miliardi e 800 mila litri di acqua minerale raccolti, poco più di un miliardo di litri attraversa ogni anno le frontiere.

L? export vola, nessuna sindrome cinese; bilancia commerciale sempre più rosa: 25 per cento in più dal 2001. Dissetiamo i raffinati del mondo serviti a tavola da quattro multinazionali: Nestlé, Danone, Coca Cola e San Benedetto.

La Nestlé si presenta con undici etichette, dalla Perrier alla San Pellegrino, Panna, Levissima: tante ancora. Giro d?affari 870 milioni. La San Benedetto si ferma a 490. L?Uliveto e la Rocchetta della Congedi, 236 milioni; 196 la Danone con Ferrarelle, Vitasnella eccetera; la Spumador della Lombardia, 96 milioni; Sangemini, Fiuggi, 90. Rendiconti superati, risalgono al 2001 quando il grande mercato non era ancora invaso.

Non paghiamo solo l?acqua ( e molto cara ): chi consuma o non consuma le minerali è obbligato, e non lo sa, a finanziare lo smaltimento dei rifiuti. Far sparire una bottiglia di plastica nel 2001 costava agli enti pubblici 30 centesimi al chilo. Oggi di più. Ogni anno 150 mila tonnellate di Pet ( un tipo di plastica ) sono a carico della collettività senza contare che il prezzo pagato per l?acquisto delle confezioni impone la tassa invisibile di 40 euro al mese per persona. Ma l?elenco non é finito: oltre alla pubblicità, trasporto e locazione. Esempio dell?Emilia-Romagna. Due immensi depositi privati accolgono duemila autotreni l?anno, uno a Cattolica l?altro verso la Lombardia. Stivano le bottiglie in depositi che sembrano palazzi dello sport ed ogni giorno distribuiscono ai supermercati la quantità richiesta. Rete capillare che funziona. Routine collaudata: ai magazzinieri rende più o meno un miliardo di euro da aggiungere agli euro di prima.

Pagano sempre le ragazze che vanno in ufficio impugnando la bottiglietta o gli ultras della curva e i loro bottiglioni proporzionalmente meno cari. Le confezioni mignon, coccolata dalle abitudini delle italiane, costano proporzionalmente il 25 per cento in più delle confezioni da un litro e mezzo. : proposta- provocazione di Miriam Giovanazza e Luca Martinelli nella lunga inchiesta di Altra Economia- L?informazione per agire.

Il problema fondamentale è un altro: la quantità succhiata dalle holding minerali, quanto pesa sulla popolazione che vive attorno alla fonte ? tante storie, ne racconta una: storia di un paese umbro ? Boschetto ? in lotta con Rocchetta: vuole lanciare un nuova etichetta da affiancare a Brio Blu, Elisir e Rocchetta, appunto.

E? stata autorizzata a pompare 300 milioni di litri dal pozzo di Corcia. Teoricamente non ha nulla a che vedere col rio Fergia che alimenta gli acquedotti di Gualdo Tadino e Nocera Umbra, acqua stupenda.

Ecco il giallo: uno studio dell?Azienda Regionale per la Protezione dell?Ambiente dimostra che sarà proprio l?acqua del rio Fergia a finire in bottiglia.

Cominciano i rubinetti secchi: due frazioni di Gualdo Tadino ? Boschetto e Gaifana ? verranno staccate dall?acquedotto e a spese dell?Azienda, allacciate ad un altro bacino. Soldi pubblici per agevolare gli interessi privati. Devono rendere bene alla regione e ai comuni se si è deciso così. Rendono, ma non come dovrebbero.

La legge Regia delle concessioni risale al 1927, è stata corretta dalla Galli: fa entrare nella casse pubbliche 5 miliardi e 160 milioni l?anno. La Basilicata incassa 0,30 euro ogni mille litri; 0,51 la Lombardia ; la Sicilia riceve 0,0010 euro fino a 35 mila litri; 0,65 il Veneto che con le sue montagne cede 2 miliardi e 647 milioni di litri l?anno. Le proposte del Comita Acqua chiede di estendere il regolamento regionale lombardo a tutti i posti d?Italia: prelievo di 0,0516 centesimi di euro, da aggiungere al vecchio canone di concessione, ogni 100 litri . Sarebbero 5 milioni e 68 mila euro, non un capitale ma potrebbe servire ad aprire fontanelle pubbliche. Poi il prelievo fiscale di un centesimo al litro da destinare a progetti di cooperazione: scavare pozzi nelle regioni di sabbia dove l?acqua è oro blu. E? il suggerimento della Commissione Europea per lo Sviluppo e la Cooperazione. In fine una tassa sui prelievi per coprire i costi indiretti, riciclaggio plastica e smaltimento rifiuti.
Il viaggio nel mondo dell?acqua finisce qui. Mi accorgo di aver dato solo un?occhiata e ascoltato voci che rimbombano nel silenzio distratto di tutti quando sarebbe bene mobilitare esperti e università non chiamate a firmare solo etichette che promettono miracoli.

Anche la gente con la bottiglietta in mano ha il diritto-dovere di incuriosirsi di più. Ma è noioso; un altro pensiero da aggiungere ai pensieri che girano attorno. Stappiamo, beviamo e buona notte.

Il fatalismo mediterraneo invita ad avere fiducia negli specchi Tv, mentre la praticità francese sta cambiando idea.

Per la prima volta dal 1999 i parigini sono tornati all?acqua del rubinetto. Sette anni fa erano secondi solo all? Italia:

il 78 per cento beveva dalla bottiglia almeno una volta la settimana. Il numero è rimpicciolito al 60 per cento.

E la discesa continua: , parole di Monique Chotard, direttrice della Commissione per l?Acqua. A cosa si deve la conversione ? .

mchierici2@libero.it

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la caduta

27 Marzo 2007 Commenti chiusi


Una tavolozza con pochi colori, sensazione di resa, notte interminabile.
Questa è : “la caduta”

il primo a cadere fu il bianco dell’innocenza
e altro non rimase che il ricordo di un candore perduto
così cadde il primo e più non fu

venne il momento del verde della speranza
che si dissolse quando la giornata non era che all’inizio
cadde e furono leggeri petali che planarono leggiadri

poi si spense il rosso delle idee infuocate
reso fuoco e poi tradito e mille volte abusato
non resta che il ricordo di una bandiera

infine restò il blu di questa notte
trafitta da infinite stelle
che si estende immensa come la mia solitudine

L’opera che segue è di Sara Wilson e si intitola “attraverso la porta”

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giornata di protesta – ricevo e pubblico da Peppe

24 Marzo 2007 Commenti chiusi

DOMENICA 1 APRILE PROTESTA CONTRO IL CARO PREZZI DEGLI OPERATORI MOBILI TELEFONICI… PARTECIPA ANCHE TU ALL’INIZIATIVA SPEGNENDO IL TUO CELLULARE PER L’INTERA GIORNATA

non interrompere la catena proprio tu…

http://peppetisaluta.blog.tiscali.it/

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jungla

24 Marzo 2007 1 commento


Questa è la cronaca di un sogno. Questa è “jungla”

estesi fino al cielo
immensa coltre verde
sopra un universo caldo
umido
passi resi difficili
dall’intricata sequenza di erbe ed arbusti
pioggia calda
Universo condiviso con insetti e umidità
respiro affannoso
cuore che batte
sequenza ritmica ossessiva
corpi nudi
danzano in cerchio
battiti profondi
battiti caldi
ipnotici
sacrificio
calore
suono
urlo

luce blu filtrata dalle tende
vento tiepido che spira dal mare
posso respirare
posso sentire
posso bere
oltre le tende la luna
e un cielo immenso
trafitto di stelle
lontano , oltre la curva dell’orizzonte
appare il segno chiaro dell’alba
la fine del sogno

L’opera che segue è di Washington Maguetas e si intitola “Lago ne Horto Forestal”

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bollito misto con salsa di vergogna

19 Marzo 2007 1 commento


Prima le cose belle : l’opera che segue è una stupenda raffigurazione floreale di Sara Wilson che si intitola “Armonie in rosa”
E ora lo schifo…(fonte : blog di Gennaro Carotenuto)

E’ in uscita un’altra pansata. Questa volta si chiama addirittura La grande bugia. Le sinistre italiane e il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, 18 euro. La grande bugia sarebbe la Resistenza. Tra lo spellarsi le mani di tutte le destre passate e presenti, basta dare un’occhiata alle lodi del Giornale o del Tempo, Pansa ha “scoperto” le vulgate antiresistenziali di destra ed estrema destra. Le ha fatte proprie, pretende che siano verità rivelate e dogmi di fede. Le spaccia come frutto di un proprio cammino di purificazione e intima alla sinistra, alla comunità scientifica, a chiunque si sia occupato con professionalità e dedizione della guerra di Liberazione negli ultimi sessant’anni di ammetterlo: erano tutte balle inventate dai comunisti.

Per Pansa va buttato nella spazzatura il lavoro di sessant’anni di decine di storici professionisti. Ventila tra le righe che fossero tutti pagati dal Cremlino e che per esempio a Torino nel 1943 non ci siano stati scioperi, nessuna insurrezione nel 1945, “a noi c’hanno liberato l’americani” e chi ricorda anche i partigiani, ricorda male perché vuole ricordare male. Ci sciorina il suo microcosmo di Casale Monferrato dove i contadini “non ne potevano più dei partigiani razziatori” come se in Italia nel 1944 qualcuno potesse pretendere di fare la propria vita disinteressandosi della guerra e dell’occupazione.

Bisogna domandarsi se Pansa sappia per esempio chi sia Claudio Pavone, se conosca un lavoro come Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, ripubblicato quest’anno da Bollati Boringhieri, che lo aveva pubblicato originariamente nel 1991, che già 15 anni fa faceva con rigore scientifico il punto sull’uso pubblico della Resistenza da parte della sinistra comunista, e sul rapporto con gli sconfitti che per Pansa non dovremmo più neanche chiamare fascisti. Perché chiamarli fascisti è una maniera di levare loro voce (sic!).

Forse bisognerebbe ignorare l’oramai annuale almanacco antiresistenziale di Pansa, ogni anno più gridato e grossolano, che con la scusa di dare voce agli sconfitti finisce per riabilitare le presunte ragioni di questi, e debilitare le ragioni dell’antifascismo e della stessa costituzione repubblicana. Bisognerebbe ignorare quell’ “io, che pure sono di sinistra, devo ammettere che” sul quale Pansa costruisce il suo successo di vendite. Una formuletta ammiccante a destra che in conclusione vuol dire che noi eravamo uguali a loro, torturatori e torturati, occupanti ed occupati, pescecani e morti di fame, chi con il fascismo e la guerra ha fatto i soldi (eccola parte della zona grigia) e chi ha dato la vita per liberare l’Italia dal nazifascismo.

I comunisti volevano la Rivoluzione e sarebbero andati sui monti per questa. Combattere il fascismo era incidentale. Tutta la Resistenza sarebbe macchiata da questo peccato originale. Riuscire a far passare un ideale rivoluzionario, la speranza di un mondo migliore, una militanza generosa e spesso eroica, ricondotta sempre alla legalità repubblicana dai dirigenti del PCI, come un complotto criminale del quale i comunisti si sarebbero macchiati, è un’operazione di profonda malafede politica da parte di Giampaolo Pansa. Da Salerno alla Costituente e per tutta la storia del PCI, la realtà non è quella che si ostina a disegnare Pansa. La realtà è che nessuna insurrezione, nessun colpo di stato, nessuna rottura democratica è mai venuta dal PCI, né con la Resistenza, né nel dopoguerra, né successivamente, né negli anni ’70 con lo stragismo e la strategia della tensione, quando proprio il PCI ha rappresentato la pietra angolare della nostra democrazia.

Ma Pansa non fa lo storico, e neanche più il giornalista. Quindi può prescindere dalla realtà storica per riprendere ogni vulgata revisionista (nel senso deleterio del termine) ed affidarsi ai peggiori umori neri di questo paese. Pansa fa il polemista, non deve dimostrare una sola parola di quello che dice, e infatti non la dimostra. Gli basta appoggiarsi alla rivisitazione delle sue memorie giovanili per scegliere la sua redditizia nicchia di mercato e vendere in quella fetta di pubblico recettiva, nella quale si accomunano le destre di sempre e quelle sinistre che hanno capito come va il mondo. Se le penne di destra, fasciste e postfasciste, i Veneziani, i Tarchi, non hanno né credito né credibilità per scrivere bestseller antiresistenziali, un Pansa, spacciandosi come uomo di sinistra, ha il fisico del ruolo.

E Pansa si presta volentieri; oramai di mestiere fa la velina della vulgata antiresistenziale. Come le veline mostrano tette e curve così Pansa mostra il partigiano cattivo e il fascista che “c’aveva diritto di essere fascista” come l’italiano del 2006 ha diritto di essere xenofobo. Il Pansa antiresistenziale perché oggi la resistenza non va più di moda, rappresenta il peggior trasformismo di questo paese. Pansa, come pure le veline, mostrano ai loro rispettivi pubblici quello che vogliono vedere: tette, curve, partigiani cattivi e fascisti innocui. Non importa che veline e fascisti -ognuno nel suo specifico- siano il peggio di questo paese: hanno mercato.

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cammino

18 Marzo 2007 Commenti chiusi


L’uomo siede su un paracarro, simbolica pietra miliare della sua vita. Forse fuma una sigaretta, forse invece se ne sta lì a riposare. Quel che fa la storia non dice. Dopo un pò si rialza e riprende il cammino.
Questa è “il cammino”

seduto sul bordo della strata
accucciato sui miei pensieri
nessun sogno da seguire
perdute mille speranze
lasciami dire della mia vita
lasciami spendere un pò di rimpianto
tanti giorni sono passati
infinitamente rimpianti
persone che vorrei avuto il coraggio di accarezzare
e invece ho colpito
sbagliando quando era facile far bene
cieco in un mondo di ciechi
so che le occasioni perdute non tornano
non mi resta quindi
che riprendere il cammino
verso un qualcosa che non voglio comprendere
lasciando un qualcosa che sa di infinito languore

Il quadro che segue, intitolato “l’ulivo” è di una straordinaria artista inglese, Sara Wilson, che realizza le sue opere in Versilia.

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in venezuela c’è il petrolio e allora….

12 Marzo 2007 1 commento


Si dice che i messicani discendano dagli atzechi, i peruviani dagli inca e gli argentini …dalle navi.
Tutti però sono latino americani. Anche io. Un pò.
Il testo che segue è tratto dal blog di Gennaro Carotenuto e si intitola “Chàvez il riformista”

La “legge abilitante” che, secondo l?opposizione, darebbe al presidente venezuelano Hugo Chávez ?poteri assoluti”, semplifica e accelera la realizzazione del programma socialista per il quale è stato votato dal 63% degli elettori lo scorso 3 dicembre. Due mesi dopo, una moderata nazionalizzazione del petrolio e dell’energia elettrica, si realizza in pace, democrazia e senza strappi né espropri.

Hugo Chávez è spesso definito dalla stampa internazionale in maniera polemica ed oggettivamente non corretta: ?autoritario?, perfino “dittatore”. E? difficile rompere il corto circuito delle vulgate, delle semplificazioni e della propaganda, ma è vero l’esatto contrario.

In un continente caratterizzato da repubbliche presidenziali, dove il potere del presidente è sterminato, l’eccezione è proprio la Costituzione partecipativa del Venezuela. Questa stabilisce una serie senza precedenti di contrappesi che riequilibrano i rapporti tra eletti ed elettori. Hugo Chávez, al di là della forza concessagli dalla maggioranza dei venezuelani, e dagli errori dell’opposizione, è il presidente americano che meno poteri ha e con più strumenti costituzionali che ne limitano l’agire.

L’esempio principe è l?istituto del referendum revocatorio, con il quale la cittadinanza può rimuovere l’eletto a metà mandato. Proprio Chávez uscì vincitore dal referendum revocatorio del 15 agosto 2004, dimostrando che lo strumento funzionava nei due sensi. L’opposizione poteva chiedere il referendum, e l’eventuale maggioranza poteva riconfermare la fiducia all’eletto. Ci fosse stato il revocatorio, tanto Fernando de la Rúa in Argentina, come Gonzalo Sánchez de Lozada in Bolivia, sarebbero stati dimissionati senza che corresse sangue. Un presidente come il peruviano Alejandro Toledo, che ha governato per anni con un’approvazione popolare inferiore al 15%, sarebbe stato mandato a casa a metà mandato. Perfino la crisi di Oaxaca, in Messico, costata oltre 20 morti, torture, arresti indiscriminati, con il revocatorio si poteva risolvere pacificamente.

Non è provocatorio definire Hugo Chávez un “riformista” che sta trasformando il paese e la regione in pace e democrazia. Non è provocatorio a meno di non violentare il dizionario e considerare ?riformista? un mero sinonimo di ?liberalizzatore?. Non si perde sotto le ?lenzuolate?, e Tony Blair o Massimo D’Alema o perfino Nicola Rossi dovrebbero guardare a lui con stima e forse una punta d?invidia.

Si comincia con il petrolio e l’energia elettrica, le chiavi dello sviluppo del paese, finora in mani straniere. Tutto viene fatto senza espropri e garantendo i piccoli azionisti, come nel caso di Electricidad de Caracas, la più grande azienda elettrica del paese. All?elettricità seguirà il ridisegno dei rapporti con le multinazionali che estraggono il petrolio dall’Orinoco, una delle più grandi riserve al mondo, con una stima di almeno 1,3 miliardi di barili. La PDVSA, la compagnia statale, finora è stato socia di minoranza nelle imprese miste con le multinazionali statunitensi Exxon Mobil, Chevron-Texaco e Conoco-Phillips, la britannica British Petroleum, la francese Total e la norvegese Statoil. Dal primo maggio la PDVSA passerà ad avere una quota del 60%, pagando quel che c’è da pagare ma anche incassando quel che c?è da incassare.

Le schermaglie verbali con le quali George Bush e Hugo Chávez si lanciano reciproci insulti -ma Chávez non ha mai fomentato un golpe negli Stati Uniti come Bush fece con quello dell’11 d’aprile 2002 a Caracas- non passano dall’essere tali, anche se è curioso che i grandi media internazionali si scandalizzino solo per gli attacchi di Chávez a Bush e mai viceversa. La sostanza è che il programma di sviluppo accelerato del Venezuela non può prescindere dalla pace internazionale, nella regione, e verso il “grande fratello”, che resta il primo partner commerciale del paese. I dati diffusi recentemente dall’ALADI testimoniano che, in appena tre anni, l?attivismo di Chávez e di Lula ha fatto da volano alla crescita del 110% del commercio interno latinoamericano. Oggi l’America Latina è meno dipendente dai centri economici mondiali, Stati Uniti in testa, che infatti non gradiscono, ai quali invece era ammanettata negli anni del “Consenso di Washington”. E questa è sicuramente una rivoluzione.

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qui

10 Marzo 2007 Commenti chiusi


Ancora una storia di amore e di distacco. Una storia già vissuta e sempre pronta per essere replicata.
Questa è : “qui”

giro per la città
un cartellone pubblicitario pende giù
un pò come me,
me lo dicevi sempre
mi lascio andare e non faccio niente per cambiare.
Sei lontana , via da me
e io non faccio niente
resto qui
a guardare la strada dalla finestra
per trovare mille modi di compatirmi.
Non voglio pensarti più
sei lontana , vai lontana
solo il tuo fantasma cosa vuole aspettare ancora qui,
qui.
So chi sono io,
son fatto di tanti pezzi di ghiaccio
uniti da cosa non so
e tu lontana dei chilometri
chissà se solo mi pensi un pò,
mentre l’amore mi spacca il cuore
qui, proprio qui.

l’immagine che segue è di Mauro Saviola

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spingimi

8 Marzo 2007 Commenti chiusi


In cosa l’amore cambia la vita, se non forse nell’accrescerne l’assurdità entropica? Questa è : “spingimi”

spingimi in alto,
buttami giù.
Gioca con cosa dico,
batti il tempo con la grancassa
il mio cuore batte impazzito
bum bum bum
fammi salire fino in cima
che possa vedere le luci della città
che possa volare fino alla fine della notte.
Non posso credere a ciò che vedo
devo solo affidarmi all’immaginazione
e il mio cervello pensa sempre di più che
io sia scemo.
Questa vita che si consuma in un soffio
legami che dovrei tagliare
e che prima o poi taglierò
sia volpe la volpe
sia pioggia la pioggia,
non posso scimmiottare la scimmia.
Quando le illusioni si fanno rete
e la libertà piroettando
mi fa pensare che io sia libero,
non vestirò alcuna etichetta,
solo ti mostrerò un altro me stesso
e il cuore continua a battere impazzito
bum bum bum

L’immagine che segue è un’opera di Antonio Panico, intitolata : “entropia”

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il nuovo fascismo – parte quarta

3 Marzo 2007 Commenti chiusi


il nuovo regime ha i suoi spazi in tv, nel salotto di Vespa, dove il confronto è attutito, i dibattiti volutamente svuotati di senso e simulati fra sostenitori della stessa tesi. Se un regime è una bolla spazio/temporale , un sistema chiuso, la sua metafora televisiva è il reality show claustrofobico di oggi, la casa del Grande Fratello, il distacco dalla realtà, il dialogo incessante sul nulla, l’attenzione spasmodica puntata sulla psicolgia dei personaggi, sull’introspezione anzichè sull’analisi politica. In questa tv commerciale di regime , la diretta non è più un mezzo di comunicazione con l’esterno, ma la camera fissa verso l’interno. Il suo uso da politico diventa privaro. Anzichè una finestra sul mondo, diventa il buco della serratura sul quotidiano

Carlo Freccero – Micromega N°5 / 2004

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